La mia tesi sull'ottava rima improvvisata che mi ha portata nei meandri più tipici della Maremma toscana alla ricerca di anziani poeti contadini, è giunta al termine. Almeno accademicamente, visto che ho già un'appuntamento per la Befana per tornare a trovarli e sentirli ancora cantare,
ed ho già una parola con un paio di amici per andare in Sardegna a cercare poeti sardi che cantano ottave.
Titolo:
" A parole mi avrebbero buttato in prigione"
Aspetti sociali e politici del canto in ottava rima attravero le parole dei poeti.
Durante la stesura della tesi ho dovuto riflettere molto sul canto e sul suo significato sociale.
Il canto come mezzo per dire ed esprimersi.
Cantare quello che si sente, cantarlo perchè certe cose a parole non si possono dire. Cantare per farsi sentire di più, per farsi ascoltare meglio, e per arrivare più diretti all'ascoltatore.
Cantare per farsi intendere solo da chi si vuole, per giocare con le parole ed i suoni in modo astuto.
Cantare per la necessità di dire.
La citazione del titolo è una parafrasi di un discorso sull'ottava emerso in un intervista ad un poeta maremmano,
lo riposto di seguito: spiega perfettamente l'argomento della tesi, senza che ne dica parole di troppo.
Però a cosa mi serve questa rima?
Io bisogna lo dica.
M’ha permesso di dire cose in certe occasioni
che se l’avessi dette a parole,
qualche volta, dico,
non mi avrebbero buttato in prigione ma poco ci manca.
N.G.*
* P. Pannozzo, “L’arte del Dire, Convegno di studi sull’improvvisazione poetica”, Roccastrada (Gr), 1999, p. 172.